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Roma

Il mistero dei pappagalli di Roma

Di Bruno Cortona – Sono ormai anni che nelle ville di Roma si vedono pappagalli tropicali. Villa Ada, villa Torlonia, villa Pamphilj. Da anni ogni persona che li vede si chiede: “Da dove vengono? Come fanno dei pappagalli tropicali a vivere a Roma? Come ci sono arrivati?”. Le ipotesi tra una chiacchiera e l’altra sono tra le più astruse. “Saranno arrivati da qualche nave” oppure “li hanno messi per rendere Roma più bella” o ancora “si sono spostati qui perché ormai a Roma il clima e’ tropicale“. Durante gli aperitivi non si parla d’altro, e nessuno giunge mai a una conclusione. Ma qual è la verità sui pappagalli romani?

La storia è quantomeno singolare, e comincia negli anni ’90. A quell’epoca la crisi non era ancora arrivata e molte famiglie a Roma decisero di tenersi a casa un pappagallo, o addirittura una gabbia piena di pappagalli tropicali. Era il periodo in cui anche gli attori holliwodiani avevano pappagalli: Richard Gere, George Clooney, Tom Cruise. Uscì anche un film che immortalava il loro momento di gloria, si chiamava Paulie: il pappagallo che parlava troppo. Dopo qualche anno, come tutte le mode, anche la passione per i pappagalli finì. Molti romani aprirono le gabbiette dei loro uccelli da salotto e li liberarono. Così, grazie alla loro grande propensione all’accoppiamento e al clima di Roma che sta diventando sempre più tropicale, i pappagalli si sono moltiplicati a dismisura e ora da alloctoni sono diventati autoctoni, “romani veri”. Ormai sono centinaia di migliaia quelli nidificati nelle “ville” romane.

Il primo insediamento avvenne nel parco della Caffarella, per poi spostarsi anche a Villa Papmhilj, Villa Borghese, Villa Torlonia. Si tratta di pappagalli parrocchetti, e sono di due tipi. Il parrocchetto dal collare, che proviene dall’Asia Minore, e quello monaco, sudamericano. Nessuno dei due parla ma il loro verso è rumorosissimo. Vivono in stormi branchi di 20-40 esemplari e preferiscono farsi vedere all’alba o al tramonto.  Si nutrono di bacche o datteri, ma anche di nespole, frutto di cui Roma è piena.

“Hanno un’altissima capacità di adattamento. Ormai si trovano migliaia di coppie, la sopravvivenza della specie poi è stata facilitata dal clima mite delle città”. Racconta Isabella Pratesi, responsabile conservazione internazionale Wwf Italia, “ormai i rigori invernali si sono attenuati, tanto che questa specie ha resistito anche alla nevicata di qualche anno fa a Roma”. La Pratesi sottolinea anche che “I parrocchetti non provocano danni, non entrano in competizione con altre specie”. Non quindi come le tartarughe dalle guance rosse, di cui sono pieni i laghetti dei parchi romani per lo stesso motivo dei pappagalli. Anche loro liberate dai privati, con la differenza che hanno fatto estinguere la nostra testuggine di palude. E a Villa Ada ormai sembra di essere in Louisiana, sulle rive del Mississippi.

Tutti contenti per i pappagalli quindi? Tutti tranne il povero picchio rosso, specie in lotta con i parrocchetti perché come loro nidifica nelle cavità degli alberi. Per il resto, è bellissimo vedere dei pappagalli tropicali in una città come Roma, quindi viva la biodiversità!

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