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La Crisi del romano in discoteca

Di Francesco Cianfarani – Farsi allungare 20 mila lire da papà, uscire alle 15:30 di casa, arrivare fomentatissimo con lo Sky e la scodella a via Mario dei Fiori, esibire la prevendita presa a scuola ed entrare, mai facilmente, dentro il Gilda, il Gilda Young “oresedici”. Oppure alcolizzarsi da Luciano prima di partire alla volta di Ciampino, che sembrava lontanissimo, con l’amico che già aveva la macchina, arrivare all’Energy per sentire Lou Bellucci in formissima che insulta il pubblico tutta la sera e dimenarsi aspettando l’arrivo in consolle del maestro, Emanuele Inglese. Oppure sentire i racconti della generazione precedente, quando negli anni ’80 Roma era un posto romantico e popolare in cui si passavano le serate più belle.

Ricordi che non torneranno mai, serate che non ci sono più, si, perché ormai a Roma le belle serate sono solo un ricordo lontano. Adesso le serate romane sono diventate di due tipi: o sono una pacchianata, con tutti cafoni con camicie attillate bianche, pelata lucida e orologione brillantinato. Oppure sembra di stare ad Alexanderplatz, a una festa emo-dark con tutti in total black che smascellano e vogliono imitare Luigi di Capua dei The Pills.

Proprio così, la città della “Dolce Vita” non ha più un’identità notturna. Se chiedi all’estero cosa si balla a Roma o dove si va, nessuno ti sa rispondere. Perché ormai la notte romana è un surrogato di Berlino, una moda che peraltro a Milano è arrivata da anni, per la felicità dei radical chic. O, ancora peggio, un surrogato del divertimento di provincia italiano, con la gara a chi ha la macchina più coatta o chi sboccia più Belvedere.

Roma è sempre stata abituata a insegnare, e non a copiare, questa città non si merita questa vita notturna, fatta di locali aperti tanto per incassare, senza la minima cura dei dettagli e della qualità del divertimento. Ormai le serate vanno perché fanno tendenza, o per mancanza di alternativa. I romani stanno iniziando ad accorgersene, e vanno sempre di meno a ballare. Non c’è più una cultura della notte, gli organizzatori pensano al fatturato e non a far passare una notte epica ai clienti. Nel mondo siamo conosciuti come una città noiosa, nessuno conosce i locali, le serate, nessuno conosce la musica di Roma.

Ed è proprio la musica il problema, nessuno mette più la musica al centro della questione. Basta che suona un dj da Monaco in su e “spacca” per forza. Tutti lì sotto a muoversi lentamente, con un ballo sempre più lento e sempre più moscio. Tutti ubriachi di cocktail annacquati e carissimi, il vero obiettivo degli organizzatori.

La verità è che quei cocktail purtroppo sono la salvezza, quel poco divertimento che c’è è solo merito di quell’alcol del discount che uno si butta giù sperando che qualcosa succeda. Le serate non sono più un luogo ambito, la gente preferisce ormai le feste private, la maggior parte delle persone ha addirittura l’ansia quando va in discoteca, perché è tutto un problema: il parcheggio, il traffico, l’entrata, il rischio di risse, la fila al bar. Ormai non si beve per divertirsi, si beve prima perché senza bere uno non ci entrerebbe proprio in discoteca.

E se le serate sono approssimative, anche i nottambuli romani ormai lo sono diventati. Siamo abituati alla fila lunga e molesta, cosa impensabile in qualsiasi altro paese europeo. Qui invece c’è fila ovunque: per strada per arrivare, all’entrata, al guardaroba. Torni a casa dopo la serata e pensi che era meglio non uscire, che hai speso 100 euro e hai mal di testa, non hai conosciuto nessuno, ti sei annoiato, hai sentito musica di merda e hai anche rischiato di menarti con qualcuno. Perché in serate di merda è più facile sfogare la rabbia repressa.

Roma ha bisogno di una scossa, di un cambiamento, siamo ancora in tempo per dare una sterzata, sennò continueremo a imitare in maniera maldestra le serate berlinesi, la musica berlinese, perfino l’abbigliamento berlinese. E nel frattempo a rimanere napoletani di mentalità. Si, perché per ora Roma è un mix maldestro tra Berlino e Napoli.

E i romani sanno che ce la possono fare, perché lo hanno già fatto. Quando c’era il Diabolika tutta italia ci invidiava le serate. “Il Diabolika di Roma” faceva il giro del mondo, i nostri dj resident andavano ovunque. E proprio questo è l’obiettivo, rimanere con la nostra romanità ma allargandoci a una visione più internazionale, più europea, soprattutto come organizzazione. Non perdendo romanticismo e sincerità. I locali giusti ci stanno, basta investire su qualcosa di originale, su un mix vincente. La Rampa Prenestina, l’Ex Dogana, il Goa, il Warehouse, le location non mancano, basta sfruttarle meglio. E investire sulla musica. La domanda adesso è: Roma è pronta per un cambiamento del genere? Roma è in grado di creare qualcosa di suo senza copiare le mode internazionali? Secondo noi si.

Per esempio abbiamo trovato un evento, che si svolgerà il 18 dicembre, che rappresenta al meglio quello di cui Roma ha bisogno, il giusto mix tra presente e passato, tra romanità e organizzazione europea. All’inizio pensavamo fosse il solito evento copiato e incollato da Londra e Berlino, e invece è tutto vero. Emanuele Inglese suonerà al Warehouse. Vi immaginate sentire il re del Diabolika nello splendido hangar del Warehouse, con gente più grande che ha vissuto entrambe le epoche e che non vede l’ora di una serata vecchio stile quando Roma insegnava al mondo a fare le serate? Questo è quello di cui Roma ha bisogno, un’organizzazione giovane che mette al centro Roma e la sua musica. E inoltre durante la serata verrà distribuita gratuitamente una compilation, non una marocchinata abusiva ma un cd con timbro SIAE, con un mix di tracce moderne europee e pezzi nostalgici. Un’iniziativa che a Roma non si vedeva da 20 anni. Ci voleva tanto? Basta un po’ di impegno e non pensare solo a far scoppiare il privè. Che una serata del genere possa essere di stimolo per il prossimo anno? Speriamo bene, intanto noi non ce la perdiamo.

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