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Il nostro weekend senza smartphone

Il nostro weekend senza smartphone
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Innanzitutto siamo vivi, siamo sopravvissuti, non pensavamo di resistere ma dopo 30 ore senza smartphone, senza connessione e senza orologio siamo ancora qui. Felici e contenti. Ma partiamo dall’inizio.

Appuntamento alle 15:30 al “casale della disintossicazione”, il vero nome è Borgo Caere vicino a Ladispoli. Arriviamo con la solita mezz’ora di ritardo ma siamo comunque i primi. Entrati ci presentiamo con organizzatori Simone Barbato e Lorenzo Di Natale di Idego Psicologia Digitale e dopo pochi minuti ci fanno la fatidica richiesta: “Dateci gli smartphone”. Portano una cassetta di legno con dei cuori e dentro delle bustine colorate dove infiliamo i nostri fedeli compagni, appena inseriti ci viene subito una voglia istintiva: fare la foto alla busta con i nostri nomi sopra e i nostri smartphone dentro, ma in un secondo ci rendiamo conto che non si può fare. Iniziamo malissimo.

Dopo cinque minuti sentiamo una mancanza fisica, come se mancasse qualcosa nella mano, una presenza fissa e ingombrante. Dieci minuti e siamo a rischio crisi epilettica. Un quarto d’ora e stiamo al livello di Jack Nicholson in Shining quando entra in bagno a colpi di accetta.

Per fortuna a pochi secondi dalla pazzia arrivano a salvarci e ci fanno fare un giro della proprietà. Un giro che dura pochi minuti, in cui impariamo più di quanto abbiamo imparato in 15 anni di Wikipedia. Ci insegnano come si fa il vino, come si coltivano i pomodori, il modo migliore per allevare maiali, come si fa partire un orto. Impariamo anche a fare due cose che non facevamo da un po’ di tempo: parlare e ascoltare.

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foto di Flavia Cortonicchi

Dopo il tour della proprietà torniamo nella nostra dependance da soli, senza connessioni, senza internet, senza orologio. Ci sentiamo come Valeria Marini nella casa del Grande Fratello. Ci guardiamo e diciamo: “e mo’ che cazzo facciamo?”.

Per fortuna troviamo due cose fondamentali che ci fanno arrivare fino a cena: un mazzo di carte e una bottiglia di vino. Giornata svoltata con il mood dei vecchi di paese, incredibilmente il telefono ci manca sempre di meno e anche la cena, passata con i padroni di casa e gli organizzatori, ci lascia una piacevolezza che non provavamo da anni. Non ci sono persone chiuse sul cellulare, non ci sono notizie stupide che interrompono la conversazione, non ci sono persone stupide che interrompono l’atmosfera per fare foto più stupide di loro. Andiamo a letto presto anche se sembra tardi, le serate più belle.

Il giorno dopo ci svegliamo tardi, un po’ per il vino della sera prima e un po’ per il fatto che senza smartphone non abbiamo la sveglia. Veniamo svegliati da un brusio misto tra l’eccitato e il preoccupato: sono arrivato gli altri “tossici”, molte più donne che uomini (prevedibile). Facciamo conoscenza e iniziamo la giornata.

La prima attività è raccontare in cerchio le proprie esperienze, tipo alcolisti anonimi, con Azzurra Aloisi, la psicologa che dirige l’orchestra. Poi è il momento della parte bucolica della giornata, con una passeggiata nell’orto e un ragazzo che ci spiega come far crescere le varie piante, compresa l’uva per il vino. Sembriamo una scolaresca in gita, con il proprietario del casale che spiega cose che tutti andranno a vedersi su Wikipedia tra qualche ora. Noi poco campagnoli entriamo nell’orto con le Clarks, affondando fino a sopra i lacci per la gioia di Trancanelli.

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foto di Flavia Cortonicchi

Dopo la (dis)avventura dell’orto è il momento di impastare, avevamo solo visto a Masterchef, poi ci mangeremo gli gnocchi che abbiamo fatto tutti insieme, poveri quelli che hanno beccato i nostri. Mentre impastiamo maldestramente però ci ricordiamo di una cosa: non abbiamo lo smartphone. E questo essercelo scordato ci trasmette un benessere ancestrale, profondo, inconsueto. 

Il tempo di finire di impastare e cuocerli che siamo seduti a pranzo, davanti a ogni ben di dio si fa conversazione e si beve l’ottimo vino della casa. Forse troppo, visto che il risultato è collassare sul lettino della piscina, finché non veniamo svegliati da una voce in lontananza che ripete: “Contraete, contraete”. E’ la psicoterapeuta Umberta Cagli che conduce la seduta di rilassamento, tutti seduti a fare una sorta di training autogeno, fatto talmente bene che rischiamo di riaddormentarci di nuovo.

Sentiamo sempre più vicina la presenza dello smartphone, sappiamo che il ritorno dell’amato/odiato oggetto è vicino e la giornata sta volgendo al termine. Nonostante i soli 40 chilometri che ci separano da Roma, la città sembra lontanissima, i suoi ritmi, le persone impegnate, il traffico, le luci, i rumori, la tecnologia, sembra un (brutto) ricordo lontano.

L’ultima parte prevede il test di addiction, la media è 70 su 140, noi facciamo 123, ci sentiamo dei tossici, ci salva solo la domanda che chiede se usiamo lo smartphone mentre facciamo sesso, no quello ancora no. Dopo l’aperitivo è giunto il momento, ci ridanno lo smartphone e insieme a lui la routine, l’ansia, l’apparenza. E’ stata un’esperienza surreale, per dirla alla Notting Hill “surreale ma bella”. Vibrazioni positive e preziose per tutti e due i giorni, un sacco di gente interessante conosciuta, riflessioni accumulate e conclusioni raggiunte. Salutiamo tutti e torniamo a casa, ad aggiungerli su Facebook.

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