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Roma

Ecco i posti che la nuova guida del NYT consiglia di Roma

Il quotidiano americano, in una guida firmata da Seth Sherwood, dopo tre giorni passati a consumare suole, schivare buche e bere espressi in tazzine calde, ha capito quello che i romani sanno da sempre: Roma non è una città, è uno stato mentale

“Scarpe comode e spirito di sopravvivenza”. La guida inizia così, e già qui capisci che ha capito.
Perché sì, Roma è fatta di colli, sanpietrini e pendenze che manco una pista nera di Cortina. E se sei arrivato in città con le sneakers bianche appena lavate, già sai che torneranno nuance sanpietrino. 

La guida del New York Times parte dalla tappa obbligata: il Vaticano. Si si ferma a Piazza San Pietro ad ammirarne l’imponenza ma giusto il tempo di un’Ave Maria. Poi, il consiglio è chiaro: scappa.

Scappa verso Trastevere, “dove il tempo parla in dialetto e l’amore si serve con una carbonara”. Scappa a Monti, il Rione che il giornale definisce “un museo di stile e caos controllato”, pieno di negozietti vintage ed enoteche, scappa a Villa Borghese o al Gianicolo. Scappa a scoprire la Roma vera che vive la mattina presto, tra i banchi dei mercati rionali: da Campo de’ Fiori a Testaccio, fino a via Chiana, dove la città profuma di basilico, fritto e chiacchiere.

Poi ci sono i luoghi più silenziosi, quelli che a volte persino i romani dimenticano: il Museo della Forma Urbis, nuova chicca archeologica nel cuore della città antica; Villa Torlonia, che Sherwood descrive come “un parco di segreti liberty e geometrie sospese nel tempo”.

Infine, concediti un gelato. Il NYT cita Otaleg! a Trastevere, “dove il pistacchio sa di Turchia e Iran”, e Fatamorgana a Monti, dove fanno gusti come tamarindo e peperone, roba che neanche un trip di Dalí. 

Poi arriva la fame, quella vera. E allora c’è Menabò a Centocelle, Trecca alla Garbatella e Enoteca Mostò al Flaminio. Tutti luoghi dove la forchetta incontra il sarcasmo e dove il cameriere ti dà del “tu” perché Roma, scrive Sherwood, è “quel posto dove il vino costa meno dell’acqua e la conversazione più di entrambi”. E qui, lo ammettiamo, ci siamo sentiti rappresentati.

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