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Roma

Roma lavora per vivere, Milano vive per lavorare

Di Nicola Capogna – Roma è provinciale, Milano è una vera città europea, Roma è un grande paese, Milano ha un respiro internazionale, Roma ladrona, Milano fattura. E potremmo andare avanti per cento righe con una sfilza infinita di luoghi comuni di questo tenore. Dall’alba dei tempi in Italia il secondo sport nazionale dopo il calcio è portare avanti la narrazione che eleva Milano a punto di riferimento morale, terra in cui risiede ogni eccellenza di questo paese, il famoso motore dell’economia e relegare Roma a grande bellezza che non balla. Come un corpo statuario, benedetto dalla genetica, che però si nutre da anni esclusivamente di hamburger, carbonara e Coca-Cola e alla fine collassa. 

Ma siamo davvero sicuri che il provincialismo sia romano e non milanese? A Milano la vita pubblica è regolata dall’efficienza dei ruoli lavorativi: se non produci o non hai un titolo, ti senti invisibile. A Roma, invece, regna un’indifferenza millenaria che sana qualsiasi ansia sociale: Milano ha una forte tendenza, un istinto, un complesso, che la fa parlare sempre e comunque di lavoro. Quasi che sedersi al tavolo di un bar o di un ristorante e non parlare di “office” sia lo stesso che entrare in chiesa, durante un funerale, col cappello degli Yankees e Bad Bunny in cassa. Per cui il caffè viene consumato di fretta e l’interlocutore diventa soltanto un porto di attracco per sciorinare info, inglesismi, titoli, un volto umano con cui condividere il mezzo gaudio generato del male comune, ossia la mancanza di tempo per vivere. 

Roma invece ha visto passare imperatori, papi e dittatori, figurarsi se può farsi impressionare da uno chief officer. A Roma puoi sederti a cena e poggiare sul tavolo la statuetta del David di Donatello appena vinto come miglior regista esordiente a soli 22 anni, cieco, senza agganci, solo gavetta, sudore e talento ed attorno a te vedrai la stessa rilassata indifferenza, lo stesso trattamento che sarebbe riservato ad un operatore ecologico in smart working. Cioè un disoccupato che come core business si spiccia casa. Ora figuriamoci se qualcuno a Roma può non dico esaltarsi ma anche solo scomporsi al cospetto dell’amico appena promosso a Junior Store Manager…abbiate pazienza.

La pausa caffè non è una 100mt olimpica in cui bisogna battere Bolt prime, le persone non sono titoli e ruoli, al massimo soprannomi che restituiscono ancora più umanità. Il romano al bar, per strada o al tavolo di un ristorante, ti parla di vita, ti racconta un aneddoto ma è come ascoltare l’audiolibro di un romanzo di formazione popolare. E’ un respiro ampio, è essere ontologicamente refrattario a ridurre la vita ad un automatismo. Al bar il romano filosofeggia e nemmeno se ne accorge, anche gli insulti possono diventare aforismi e dietro ognuno di essi c’è sempre, almeno una doppia chiave di lettura. Ridursi ad una professione, ad un titolo, è lo stesso che aver bisogno di ostentare una griffe per ricevere il riconoscimento sperato. E questo è il massimo del provincialismo. 

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