C’è stato un tempo in cui la smart non esisteva. Davvero. Prima del 1998, i romani vivevano in un mondo in cui per parcheggiare serviva uno spazio più lungo di due metri e mezzo e la doppia fila richiedeva una certa dose di spregiudicatezza. Poi arrivò lei e, come per le grandi rivoluzioni, divise la storia in A.s. e D.s., Avanti smart e Dopo smart. Da quel momento i marciapiedi diventarono opportunità, i cassonetti posti auto e una piccola due posti si trasformò nel simbolo di un certo tipo di romanità. Più della carbonara rivisitata, meno della lupa capitolina.
Tutto comincia negli anni Novanta, quando Nicolas Hayek, fondatore di Swatch, decide che dopo aver rivoluzionato il modo di leggere l’ora avrebbe rivoluzionato anche quello di arrivare puntuali agli appuntamenti. Pensava a Roma? Non lo sappiamo, ma l’idea di costruire un’auto piccola, riconoscibile e capace di muoversi agilmente nelle città, per i romani, è stata una rivoluzione. Mercedes-Benz raccoglie la sfida e nel ’98 nasce la prima smart City-Coupé. In Europa la chiamano innovazione della mobilità urbana, a Roma intuiamo qualcosa di molto più importante: finalmente si può parcheggiare di traverso.
Nel giro di pochi anni la smart diventa parte del paesaggio; ai Parioli è la seconda macchina di famiglia, a Ponte Milvio sostituisce il motorino, in Prati è l’unica speranza di trovare parcheggio prima della pensione. Democratica nelle dimensioni e decisamente meno nelle interpretazioni sociologiche, la smart diventa una dichiarazione di appartenenza: è la nuova bandiera di Roma Nord.
Ma qual è il vero segreto della smart? L’abbiamo chiesto al Principe delle smart, la più alta autorità romana in materia, Roberto di RZ Motori, che da oltre 10 anni, nel suo autosalone boutique di via Benedetto Croce, vende smart a calciatori, imprenditori e comuni mortali innamorati della due posti. E se è vero che Roma è la capitale mondiale delle smart, allora Roberto potrebbe tranquillamente rivendicare il titolo di miglior venditore del pianeta. Gli abbiamo chiesto di spiegarci questa ossessione tutta romana: “A Roma la smart non è mai stata soltanto una macchina, è uno stile di vita. Ho clienti che vengono da tutta Roma, molti anche da altre città d’Italia, che ne hanno cambiate quattro, cinque, sei, ma non prenderebbero in considerazione nessun’altra auto. C’è chi potrebbe permettersi qualsiasi macchina al mondo e poi viene da me a cercare una Fortwo benzina. Perché una volta che ti abitui a parcheggiare dove gli altri non possono, tornare indietro è impossibile.”
Poi è stato un attimo che la famiglia si è allargata: nel 2002 arriva la Crossblade, senza tetto né portiere, nel 2004 la Forfour a quattro posti. Seguono nuove Fortwo, cabrio ed elettriche, fino alla svolta con Mercedes-Benz e Geely e ai SUV elettrici #1, #3 e #5 – da due posti a cinque, praticamente una smart che ha deciso di mettere su famiglia.
E Roma è sempre stata il palcoscenico preferito della due posti, come quando nel 2014 i romani si svegliarono con gigantesche sfere bianche disseminate ovunque tra Ponte Milvio, il Foro Italico e il Tevere. Nessuno sapeva cosa fossero, i bodyguard che le sorvegliavano non davano spiegazioni e intanto si moltiplicavano le teorie, dagli alieni al nuovo disco dei Pink Floyd. Il mistero, degno di una puntata di Chi l’ha visto?, si risolse con un countdown che annunciava l’arrivo della nuova Fortwo. Poi, nel 2017, l’iconica campagna #ESCILA per la Fortwo cabrio, che siamo certi non abbia bisogno di spiegazioni.
Eppure, la vera campagna pubblicitaria della smart, a Roma, l’hanno sempre fatta i romani. Gratis. Quelli che finiscono tra le rotaie del tram sulla Flaminia con la nonchalance di chi alla fine non ha ammazzato nessuno. Quelli che sul Lungotevere pensano di guidare un motorino e si infilano dove persino un SH avrebbe qualche esitazione. E quelli che parcheggiano in verticale tra due SUV, sfidando le più elementari leggi della geometria.
