È difficile spiegare a chi non l’ha mai vissuto il senso di straniamento che prova il romano mentre passeggia per il centro della sua città.
Sembra successo tutto in un attimo: un secondo prima c’era la Dolce Vita, Mastroianni che faceva il bagno con Anita Ekberg nella Fontana di Trevi e Totò che si improvvisava Cavalier Antonio Trevi, proprietario di quel capolavoro. L’immaginario collettivo del centro di Roma, magistralmente sintetizzato dal genio Fellini, raccontava di una città unica al mondo, non solo per la sua bellezza (che per fortuna è rimasta intatta) ma per come ti portava a concepire la vita.
Cosa ne è rimasto di quell’immaginario? Bangla che vendono pasta a forma di pene e Peroni calde a 5 euro, bubble tea e cover store ogni cinquanta metri. Chi ha più bisogno di una cover che di un panino con la porchetta calda dal pizzicarolo? E perché ci sono bastati per una vita cinque varianti di gelato e ora ci ritroviamo a scegliere davanti a banconi con 150 gusti? Ma soprattutto: ce n’era davvero bisogno?
È l’autenticità che si fa da parte per lasciare spazio al prevedibile. Perché il turista medio oggi vuole essere sorpreso, sì, ma non troppo. Vuole l’illusione dell’esperienza unica, purché sia uguale a quella di tutti gli altri.
Da qualche giorno per vedere Fontana di Trevi da vicino bisogna pagare un biglietto di 2€. Eppure solo qualche tempo fa, il dazio simbolico era una moneta, di qualunque conio, andava bene anche un ramino. L’importante era girarsi di spalle e lanciarlo nella fontana esprimendo un desiderio; un gesto semplice, antico, romantico, che aveva lo stesso sapore di un desiderio espresso ad occhi chiusi al cospetto della scia lasciata da una stella, o delle candeline su una torta di compleanno. E’ successo tutto in un attimo, in poco tempo questo gesto semplice che riportava all’infanzia si è trasformato nel digitare i dati della carta di credito e acquistare il biglietto come per un qualunque treno o concerto.
Certo, un ordine serviva, perché l’over tourism non si può ignorare. Un tempo viaggiavamo molto meno. Per la generazione dei nostri nonni c’era la possibilità concreta di vedere Roma una sola volta nella vita, forse. Quel viaggio allora rivestiva un’importanza capitale, appunto, e il valore di ogni singolo respiro all’interno del centro di Roma era una benedizione forse irripetibile. Non si sarebbero mai sognati di posare lo sguardo su un display, su altro che non fosse la bellezza che li circondava in quel preciso istante, perché all’apice dell’esperienza si faceva strada un’intuizione, l’epifania di un paradosso romantico che racchiudeva tutto il senso del viaggio: la Città Eterna è irripetibile.
Oggi quell’intuizione si perde in un flusso continuo di notifiche, di video girati con il selfie stick in cui la Fontana di Trevi è solo un puntino alle spalle delle nostre enormi facce. In mano abbiamo un Cicerone tuttofare che ci dice le 10 cose migliori da fare a Roma, le 5 migliori gelaterie, le 3 migliori carbonare, ma soprattutto il percorso più conveniente per andare da A a B.
E allora non sono più passeggiate ma itinerari calcolati al minuto, se non al secondo, non un desiderio ma la task da portare a termine per un datore di lavoro che è l’ansia-social, con lo sguardo che rimbalza ossessivamente dalla vita al telefono, dal telefono alla vita. Dal qui ed ora alla prossima meta su Google Maps, dalla scelta del tragitto più bello a quella del più veloce.
È per questo, forse, che nel giro di un secondo il romanticismo è quasi morto nel centro di Roma. Quasi. Una soluzione ci sarebbe. Forse è chiedere troppo, ma se lasciassimo che fosse Roma ad imporre i suoi ritmi a chi la visita, e non il contrario? Per la vita frenetica ci sono città più adatte, senza fare nomi.
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