Roma non è una città, è un insieme di villaggi. Quartieri lontanissimi anche quando sono sulla stessa linea metro, mondi che non comunicano se non quando trovano una lingua comune abbastanza forte da attraversarli tutti. L’hip hop, a Roma, è stata quella lingua.
Ed è esattamente questa la tesi, implicita ma chiarissima, di “Remapping Rome: A Hip Hop Story”, il cortometraggio documentario firmato da Giulia Giorgi (Chimp) e prodotto da Baburka Production che in quindici minuti riesce a tracciare una cartografia urbana della città attraverso le voci iconiche dell’hip hop. E sì, a un certo punto a noi è scesa la lacrimuccia.
Negli anni Novanta e nei Duemila non c’erano le piattaforme, non c’era l’algoritmo: c’erano la metro, gli autobus, i trenini. C’era il viaggio dalla periferia al centro e ritorno, c’era il Flaminio di Rude, la Trastevere di Grandi Numeri dei Cor Veleno, la Primavalle di Metal Carter, l’Ostia di DJ Ice One. Una città divisa in distretti-quartieri che però avevano un unico comun denominatore, l’hip hop, e luoghi del cuore come Babilonia a via del Corso, Casilino Sky Park, Forte Bravetta. Luoghi dove la Roma ufficiale spesso non arriva.
Il documentario di Giulia Giorgi racconta tutto questo senza nostalgia e senza mitologia inutile. In quindici minuti mette in fila voci, corpi e luoghi, costruendo una mappa fatta di esperienze reali. Parlano i protagonisti della scena, quelli che l’hanno costruita quando ancora non aveva un nome né un riconoscimento ufficiale. E poi c’è tutto il resto: i breaker, i writer, le crew, i muri, il rap, il DJing, cose che quando si parla di hip hop vengono trattate come contorno, ma qui no perché non sono mai stati compartimenti stagni, ma pezzi dello stesso ecosistema.
E poi si arriva al punto chiave: il linguaggio. Il romano vero usato come rima, modi di dire trasformati in metrica. Dove se magna in due se magna in tre, se mio nonno c’aveva tre palle… eccetera eccetera. La strada che diventa grammatica. E infine il concetto sacro di coattagine. Una parola che fuori da Roma suona come un insulto, ma che qui è una categoria estetica serissima. Per noi “coatto” non è il contrario di elegante: è il contrario di finto. Una scarpa coatta è una scarpa figa. “Hai visto quel locale quant’è coatto?” significa che ha carattere, che dobbiamo andarci per forza.
Ecco: tutta questa romanità, raccontata e spiegata dai giganti dell’hip hop, vale più di una masterclass. E dura solo 15 minuti, gratis, su youtube.
