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La mostra di Banksy fa schifo

Di Bruno Cortona – Stando a Roma quando non c’e’ neanche Papa Francesco, abbiamo deciso fosse il momento giusto per andare a passeggiare in centro e vedersi senza fila “la mostra romana dell’anno”: Banksy a Palazzo Cipolla.

Arriviamo in centro parcheggiando in dieci secondi dietro a via del Corso (che bella Roma vuota) e bastano i pochi metri che ci separano da Palazzo Cipolla a cogliere l’atmosfera di via del Corso ad agosto: un substrato di barboni, dipendenti statali, venditori di bastoni per i Selfie e giapponesi che se li comprano.

Prima di entrare alla mostra per colpa dell’Isis ci fanno più controlli di quando devi prendere un Boeing dell’American Airlines a New York. Una volta dentro capiamo da subito che il museo “puzza”. Opere appoggiate al muro come in una casa durante un trasloco, illuminazione da corridoio di un cinema e un pubblico composto da turisti capitati lì per caso e diciottenni col doppio taglio e il tribale sul polpaccio.

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L’unico piano della mostra decidiamo di percorrerlo in senso antiorario. Si comincia con la Liberty Room (con poca fantasia ogni sala come il tema dei quadri più “Room” tipo War Room o Monkey Room), uno spazio insipido in cui la cosa più interessante è un muro dove ognuno può completare col gesso la frase “If I were Banksy”, noi ci scriviamo “I would be rich”. Tra i lavori famosi c’è lo storico “Exit through the gift shop” e la bambina con il palloncino a forma di cuore che ormai è più una maglietta che un quadro.

Dopo la liberta’ si passa alla guerra (passando per le scimmie che scegliamo di non citare neanche), dove ci sono 25 quadri che sembrano 3 dato che ci sono più doppioni dell’album Panini a maggio. Segue la Rat Room in cui la cosa più brillante è l’aforisma sui topi che sono “odiati, cacciati e perseguitati, eppure capaci di mettere in ginocchio intere civilta’. Se sei piccolo, insignificante e poco amato allora i topi sono il modello definitivo da seguire” e una favola di Banksy.

La parte più interessante è senz’altro la zona delle collaborazioni, dove sono esposte le copertine di vari album di gruppi famosi, come i Blur, e due copertine di Time Out. Nel corridoio la cosa più fica di tutta la mostra, una timeline fotografica di tutta la vita artistica di Banksy raccontata in ordine cronologico tramite i momenti salienti della sua carriera.

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C’e’ la prima mostra, ci sono le sue irruzioni nei musei, c’è la sua guerra con Robbo, il film su di lui, la casa di George Michael fino a Dismaland. Peccato che l’enorme pannello che contiene il pezzo forte della mostra sia in un corridoio lungo precisamente quanto il pannello e largo non più di 70 centimetri. Risultato: una calca che manco allo Space di Ibiza quando suona Sven Vath, abbiamo dovuto fare le foto al pannello e vederle seduti in un’altra sala.

Uscendo dalla mostra i nostri pensieri viaggiano veloci per contrastare la delusione: pensiamo che Banksy forse ormai è troppo inflazionato, che la street art deve rimanere sulla street, che via del Corso è il posto perfetto per questa mostra (se fosse sugli Champs Elysees entreremmo sicuro), che Banksy e’ bravo ma Caravaggio e’ un’altra cosa. Riflettiamo sul fatto che andare a vedere la mostra di uno street artist è un po’ come andare a quella di un musicista, che non si possono prendere in giro i gift shop se dopo qualche anno si organizzano mostre che gli assomigliano, che Banksy è un genio e anche un genio del marketing.

D’altra parte è lo stesso artista che ce lo dice, all’inizio del percorso espositivo una grande serigrafia mostra una casa d’aste. E mentre il battitore è impegnato a descrivere un’opera, scorgiamo una tela, vuota, con una scritta: “I can’t believe you morons are actually buying this shit”. Non ci credo che voi idioti stiate davvero comprando questa mondezza.

La conferma massima alle nostre riflessioni deriva da un semplice quanto centrale fatto: Banksy si chiama così per andare contro le banche, la mostra è organizzata da Fondazione Roma, nient’altro che una banca. 

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