Di Francesco Cianfarani – “Tutto cambia affinché nulla cambi”. Le prevendite sono diventate inviti digitali su Whatsapp, le Nike Silver sono diventate Church’s, le camicie a collo alto di 7Camicie ora sono cifrate e su misura, i Woolrich sono Barbour.
Ma gli anni 90 e 2000 sono più vivi che mai, e la serata che è andata in scena ieri al Piper ne è la dimostrazione. Sono passati 25 anni, un Giubileo, ma a nessuno sembra fregargliene niente.
Hit Mania Piper Club ’90-2000, questo il nome della serata organizzata dal sacerdote musicale di un’intera generazione romanordina, Gabriele Fruscella, l’eminenza grigia degli eventi romani, Matteo Manganelli e una vecchia conoscenza del Gilda Young, Edoardo Borraccesi.
Succede una volta all’anno, una notte in cui Roma Nord canta in gregoriano “po-popopopo-popopopo” di Gigi Dag, e tutte le hit che hanno forgiato i nati negli anni ‘80, da Molella agli Alcazar, da French Affair a Prezioso, che ormai avranno 60 anni ma non importa, la loro musica è immortale e, anzi, sempre più attuale. Basti pensare a Get Down di Paul Johnson, che per anni è caduta nel dimenticatoio e ora la mettono anche all’Ushuaia.
Una serata in cui tutti si conoscevano, almeno di vista, da più di 20 anni, giochi di sguardi che mancano dal Gilda Young, imbruttimenti in stile Alien, con meno capelli, meno diottrie, più pancia, più fedi al dito, più responsabilità ma molta più voglia di divertirsi.
Una vera e propria nostalgia collettiva, dimostrata dal fatto che il locale letteralmente scoppiava, “potevano riempire due Piper” abbiamo sentito dire, oppure “hanno detto no a 30 tavoli”.
I tavoli, affermazione sociale eterna ancora in auge, gli stessi che facevano i tavoli 30 anni fa li hanno fatti ieri, con la stessa goliardia, la stessa spocchia, le stesse movenze berlusconiane da chi ce l’ha fatta. È cambiato solo che ora le bottiglie le portano con le candele al led.
Il resto anche in pista è tutto uguale a via Mario de’ Fiori oresedici, le api regine che a un certo punto salgono sul cubo, gli eterni fidanzati annoiati, i single che cercano qualcuno con cui “trescare”, e quando il dj attacca con un ritornello conosciuto, che oggi chiamiamo virale, le mani sono tutte in aria. Billy More canta Up & Down ma qui stanno tutti solo Up. Sono “Quelli che non hanno età”.
Che poi le canzoni dell’epoca le sanno tutti tutte a memoria, e anche prenderne una è perdere un pezzo di storia, della propria e di quella di Roma Nord. Perché non sono tracce, sono inni di una generazione.
Sullo schermo campeggia un logo da lacrimiccia, Crazy Duck, che con OZ, Jeneusse Doree’, Newcode, MBC e Pickwick, ha vestito una stirpe intera. È il Capodanno di Roma Nord, o forse il Natale, la gente sta più fomentata che agli opening di Ibiza.
Non importa se i nonni si sono stancati di tenere i bambini, se le baby sitter fremono per tornare a casa, se la mattina riserverà una festa a Bimbilandia, qui e ora e basta. Fuori ci sono le smart con il seggiolino accanto, non più le Chatenet.
Si torna a casa con quelle, fermandosi obbligatoriamente all’after naturale di una serata del genere, il Mc di Corso Francia. Con i vestiti che non odorano di Marlboro Light ma di Iqos e un’unica domanda in testa: perché solo una volta all’anno?
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