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St Germain a Roma, altro che Gomorra

Quando tutta Roma è intenta a vedersi le ultime due puntate di Gomorra e tu stai insieme a persone che preferiscono sentire un disc jockey francese degli anni ’90, sai già che sarà un seratone.

Il concerto inizia alle 22, noi arriviamo alle 22 e 15, c’è parcheggio vicino, e questa è una buona notizia, anche il parcheggiatore abusivo è gentile, addirittura ha comprato dal cinese i bigliettini tipo guardaroba per sembrare “regolare”. Gli lasciamo 2 euro per la buona volontà.

Prima di entrare ci infiliamo sotto la maglietta quello che sarà il protagonista della serata insieme a St. Germain, un Montepulciano d’Abruzzo del 2008, con tutto l’amore per il Palazzo dei Congressi, difficilmente avremmo trovato qualcosa di così buono al bar.

Saliamo le scale e arriviamo a “Le Terrazze”, luci blu soffuse, odori etnici e St. Germain che ha appena attaccato. La gente è ancora sulle sue, lucida e introversa, l’artista se ne accorge. Basta un suo gesto per cambiare l’atmosfera, un suo gesto “venite, venite”. Chiama tutti sul palco e il pubblico si scalda subito. Chi inizia a urlare, chi a ballare, chi invece prova ad abbracciarlo ma viene fermato subito dai buttafuori.

Il problema è che molte persone prendono troppo alla lettera l’invito di St. Germain e salgono sulle scale che separano il parterre dal palco, coprendo per diversi minuti la visuale al resto del pubblico. Ci vuole prima l’intervento di qualche fan imbestialito e poi dei buttafuori per mettere a sedere i fan troppo vicini e ingombranti. Come al solito ai romani gli dai una mano e si prendono tutto il braccio.

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Finalmente inizia il vero e proprio concerto, la gente è calda ma composta, agitata ma civile. I 9 ottimi musicisti sul palco, per lo più africani, cominciano il loro show suonando con una sinergia che hanno degli amici che si conoscono da anni. Gli strumenti sono uno più strano dell’altro, una bizzarra palla enorme come percussione, un mandolino doppio, un chitarra che sembra un’arpa, hanno tutti un nome ma quasi nessuno lo sa, qualunque sia loro li suonano splendidamente.

A quel punto St. Germain capisce che è il momento di andare forte e fa partire una versione di “Rose Rouge” che dura mezz’ora, la gente impazzisce e i musicisti anche: mettono in fila una serie di assoli e improvvisazioni indimenticabili. Dopo altre tre tracce inizia la presentazione di tutti i musicisti, sono solo le undici e un quarto, la gente è preoccupata che manchi solo un bis e che diventi una serata deludente.

E invece quel bis dura più di un’ora, il momento più alto del concerto. St. Germain fa esplodere il pubblico, i fan sono in visibilio, le luci si abbassano, la musica si alza. Inizia a mettere le tracce che l’hanno reso famoso negli anni ’90, elettronica, deep house, quello che aspettavano i fan, quello per cui tutti erano venuti.

Nel frattempo il vino è finito, ci andiamo a prendere un Gin Tonic (non eccellente e caro, abbiamo fatto bene a portare il Montepulciano) e torniamo per l’attacco dell’ultimo pezzo. Nel frattempo sotto al palco sono tutti in estasi, l’atmosfera è perfetta, nessuna faccia storta, nessun nemico e tutti fratelli. C’è gente vicinissima al palco seduta per terra e in adorazione come un concerto di musica classica, c’è gente invece che deve essere ripresa più volte dai buttafuori per evitare che vada a baciare i musicisti, non ci sono barriere, come ai concerti dei Doors.

E’ ormai mezzanotte e mezzo e, dopo quasi un minuto di applausi, St. Germain e il suo gruppo lasciano il palco, le luci si accendono ma la gente non vuole andarsene, continua a urlare “ultimo, ultimo” ma non c’è niente da fare. Se avesse suonato altre 4 ore non se ne sarebbe andato nessuno, e questo basta per descriverlo.

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